
“ Vedendo ed analizzando le opere del pittore Jò Badamo una domanda spontaneamente fa capolino nella nostra mente: cosa avrebbe riportato su tela il pittore se fosse nato a Milano o in una zona alpina o in altra magari di tipo turistico, quale Rimini, o in una città di servizi come Roma?
Ma egli è nato in un solare paese del sud, a "Castellammare del Golfo" dove ancora è possibile inebriarsi del profumo del buon "pane di casa" lontano da quelle nauseanti rosette, dal sapore di cera, tutte apparenze e niente sostanza, anemiche e vilmente asettiche, ed è proprio qui che dobbiamo stimare il pittore, non altrove .
Ed è proprio questo "pane di casa", nero è forte, che impressiona il nostro autore, quale simbolo di una cultura, facendogli ripercorrere, con memoria visiva, il recupero di un'epoca, relativamente recente, dove la civiltà contadina rappresentava il “Quirinale della società” di un tempo, dove l 'uomo iniziava a lavorare da bambino imparando un mestiere o "rifugiandosi" in quel grande teatro che era la campagna.
E’ proprio qui, in questi mestieri artigianali e nel lavoro dei campi, si rifugia il pittore. Per lui il "trascriverli" su tela è inteso come dovere sacro da tramandare alle venenti generazioni quale cultura, quale Dna fisiologico e antologico.
Ma c'è di più: in lui palpita l'antico orgoglio siciliano con la dignità di quest’antico popolo, orgoglioso della propria povertà di cui è parte integrante quale attore e spettatore.
Proprio da questo rimpianto nasce la malinconia dell’artista tradotta egregiamente dal monocromatismo e, si badi bene, non malinconia giacché il pittore crede ancora nella vita e crede nella possibilità di riscatto.
C’è un tale trasporto nel suo figurare uomini e cose e tale da farci apparire ogni cosa come se vivesse in un mondo di favole coperto,per innato pudore, da un velo di foschia, di "umidità" ed infatti mai la natura si presenta nel suo naturale splendore; è come se uomini e cose si animassero in triste palcoscenico attraverso una fusione perfetta e con forze sinergiche spinti verso il passato anziché il futuro.
In Jò Badamo, l'uomo non si ribella alla sua condizione, ma l’accetta con umana rassegnazione, sapendo che la Divina Provvidenza, di manzoniana memoria, benevolmente vigila. Tutto "è", e quasi come un diktat predisposto, l’autore "coglie" immagini sepolte facendole tornare a nuova vita, in un’antologia di beni perduti. Reperti storici dove il monocromatico si fonde perfettamente con il monografico non dissimilmente dalla pittrice Artemisia Gentileschi che indirizzò il suo modo monografico verso la dissacrazione del maschio; due artisti distaccati fra loro per tema eppure vicini: l'obbiettivo fotografico, attraverso una esposizione breve, impressiona sulla pellicola più che la dinamica dell'immagine la fissazione del pensiero parzializzando un aspetto della vita.
In Jò Badamo non v'è cedimento verso l'aria del superfluo.
L’immagine è "cruda", come attraverso la proiezione di un caleidoscopio tutto ci appare di un realismo poetico, un susseguirsi d’icone come a voler rappresentare la sacralità di un atto, di un gesto, di una scena e ti pare di "sentire" il profumo di quel mondo agreste che ancora "vive" nella mente del pittore.
In tale prospettiva e in tale disegno, la tecnica pur egregia, poco influisce e il fruitore viene irrimediabilmente attratto da quel calore umano che si respira allorquando la tela, già portata a termine secondo l'ispirazione del momento, cade sotto la nostra retina, sotto quel nostro "terzo" occhio che "ascolta" le intime vibrazioni ”.
Critico d’Arte
Nic Giaramita